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martedì 23 ottobre 2012

Permaloso io? Va che mi offendo!


La definizione comunemente accettata di permaloso è “persona che si risente per cose futili o che sospetta cattiveria dietro ogni gesto o parola”. La mia invece – personalissima – è: “persona che si vuole male”. Vediamo perché.

Iniziamo col dire che il permaloso non è permaloso su tutto: ognuno ha le sue ‘aree minate’, chi la religione, chi l’aspetto fisico, chi ancora la capacità di muovere le orecchie una per volta. Il problema per chi incontra il permaloso è che, comunque,  queste aree sono praticamente impossibili da prevedere. E quindi stabiliamo subito una regola:
  • Chi interagisce con un permaloso prima o poi lo offende.

Sicuramente. Non c’è scampo. Prima o poi entrerete in una delle sue zone tabù e lui si offenderà.

Ma siamo sicuri che sia giusto affermare che io offendo un’altra persona?

Cerchiamo di capirci: se io insulto una persona e questa ci rimane male, questo ha un senso; se di nascosto faccio mangiare la porchetta ad un ebreo ortodosso, questo fa bene a mandarmi al diavolo (o dove comunque vanno gli ebrei peccatori): ma se a me non piacciono le sue orecchie e l’altro sviene dal dolore direi che c’è una sproporzione tra causa ed effetto. Veniamo quindi alla seconda regola:

  • Il permaloso ‘si’ offende. 


Quindi non è A che offende B, ma B che offende B. La prima dimostrazione di questa legge è che se dico la stessa cosa a due persone (per esempio: “la tua bici è vecchia”) è facilissimo che una si offende l’altra no. Perché? Perché è diverso il terreno su cui la mia osservazione è andata a piantarsi ed è quindi diversa l’emozione che nasce. 

Perché il vero problema non è la bici. Non sono le orecchie mobili. È il permaloso a pensare che sia quello il problema e ha anche un ottimo motivo per farlo: perché concentrandosi sulle orecchie quello che dice a sé stesso è “siccome le mie orecchie mobili sono fantastiche, io sono fantastico”. Così si tranquillizza e può permettersi di non pensare ad una verità molto più dolorosa e profonda, ancorata ad un vissuto infantile: ovvero la convinzione inconscia di non avere valore. Bassa autostima. Complesso di inferiorità. Scarsa fiducia in sé. Chiamatela come volete (sempre “colpa” del genitori, tranquilli). Regola tre:

  • La permalosità nasconde una bassa autostima


Per non entrare in contatto con questo terrore profondo il permaloso trasferisce ad una sua qualità esterna la convalida di sé. Ma arrivate voi, lui muove le orecchie, voi neanche ve ne accorgete e iniziate a parlare dell’ultimo film di De Niro. E parte il Krakatoa.

Perché?

Perché distruggendogli le orecchie voi gli state distruggendo la linea Maginot, il vallo di Adriano, la grande muraglia cinese, l’ultima diga difensiva al di là della quale è costretto ad entrare in contatto con il suo vero sé, che non si stima e non si vuole bene. Ed è un contatto che fa tanto, troppo male; e allora, pur di non provare questo dolore, il permaloso adotta la strategia più efficiente: sceglie di dare la colpa a voi. Siete voi ad essere cattivi ed insensibili, le sue orecchie sono meravigliose. Lui è meraviglioso.

Ma se sono permaloso, come ne esco?

Prima di tutto potreste evitare di fare danni, a voi stessi e agli altri. Trattenete, anche se a fatica, le espressioni più fisiche ed evidenti della permalosità. Non sputate in faccia al vostro collega che non gradisce la vostra cravatta. Evitate di insultare vostro cugino che non ha mangiato il vostro tiramisù. Già questo verrà apprezzato dagli altri e voi eviterete di sentirvi in colpa dopo.
E poi, ogni volta che vi sentite offesi da qualcuno, gioite! Cantate alleluia! È una grande occasione! Approfittate della vostra permalosità. Se avvertite quella particolare scintilla nella pancia, quel crescente brontolio che preannuncia l’esplosione…fermatevi. Notate e date un nome a quello che vi sta succedendo. Scusatevi con l’interlocutore, andate a farvi una passeggiata e chiedetevi: “quale mia parte debole e fragile è stata colpita da questa osservazione? Da dove viene questa parte debole?”. Poi andate a sdraiarvi sul lettino di un analista.

Se invece il vostro interlocutore (si, quello che vi ha offeso...ahi ahi...si dice 'quello da cui io mi son sentito offeso...) è disponibile, invece di fare da soli potreste parlare con lui di quello che sentite. Avrete delle sorprese incredibili (di solito positive).

giovedì 18 ottobre 2012

Amore vs approvazione


I genitori dovrebbero dare un amore totalmente incondizionato ai figli.

Peccato che questo non sia possibile, fosse anche solo per il fatto che i figli “a volte” vanno educati e che quindi ci siano degli scontri in cui il figlio che vuole mangiare due kg di zucchero filato e sei frittelle, davanti alla disciplina genitoriale urla “non mi vuoi bene”… si rompe l’illusione dell’amore incondizionato e il bimbo corre un rischio, quello di pensare “se non obbedisco alla mamma, la mamma non mi vuole bene”, ovvero un sillogismo caratterizzato da una sproporzione mostruosa tra causa ed effetto; sproporzione che, se non chiarita subito e completamente, può creare danni nel piccolo sia a breve che a lungo termine.

Il bambino avrà infatti appreso che l’amore di papà e mamma dipende dal suo comportamento, da quanto è bravo, da quanto valore ha.

Chiariamo, questo ‘malinteso’ non è detto che nasca per ‘colpa’ dei genitori…oddio…a pensarci bene mica si può dire che è colpa di un bimbino piccino…sì, siamo sinceri: è colpa dei genitori. Cosa puoi fare, genitore? Sintetizziamo: non dire mai “sei un cattivo bambino”, ma “ti sei comportato male, ma la mamma ti vuole bene lo stesso”.

E questo è un caso ‘sano’. Se invece prendiamo una mamma anaffettiva, ansiosa e perfezionista, il figlio penserà non solo che per essere amato deve essere perfetto, ma che l’ansia di sua mamma è colpa sua: si beccherà in una volta sola una condanna al perfezionismo ed un senso di colpa grosso come una casa e da grande continuerà inconsciamente ad obbedire a questo modello, soffrendo come una bestia.

Come se ne esce?

Primo: bisogna capire che c’è una confusione linguistico/emotiva: si chiama amore quello che è invece approvazione. Ne scaturiscono alcune leggi e regole da imparare a menadito:
  •          l’approvazione e l’amore sono due cose completamente diverse
  •          cercare l’approvazione degli altri non ci dà il loro amore, quindi possiamo piantarla lì
  •          la disapprovazione degli altri non ci butta nell’abbandono
  •          una persona che ci ama può disapprovarci (e qui bisogna farci una riflessione…pratica)
  •          una persona che ci odia può approvarci (e qui c’è qualcosa di strano)

Sia ben chiaro, l’approvazione è importante anche da adulti: ci puoi fare carriera in politica, avere successo  come cantante di liscio, farti affidare la cassa del condominio e scappare in Brasile…ma non è amore. L’approvazione è qualcosa di utile, l’amore è vitale.

L'amore è sempre incondizionato. Tutto il resto è approvazione (Rachel Naomi Remen - qui a sx).


Secondo: dobbiamo renderci conto che stiamo proiettando sugli altri i nostri genitori (diciamo…quello che abbiamo immagazzinato di loro) e dobbiamo capire che questa è una grandissima vaccata. Gli altri sono persone come me, non sono i miei genitori (a meno che uno non sia stato adottato e incontri casualmente i genitori naturali che lo disapprovano).

Vediamo qualche caratteristica di due persone (tranquilli, nessuno sta totalmente nella colonna 'sano').


Sano
Malato
Chi è
Sé stesso
Una marea di maschere (ego) che si adattano a quello che l’esterno – secondo lui – si aspetta
Cosa cerca
Amore, empatia, compartecipazione, connessione
Approvazione
(pensando di cercare l’amore)
Cosa fa
Quello che desidera
Quello che deve
Cosa dà
Amore, empatia, compartecipazione, connessione
Una caterva di roba strana, anche divertente, ma poco amore
Cosa prova
Gioia
Ansia, depressione, solitudine, rabbia, distanziamento, fobia sociale…andate avanti voi
Cosa ottiene
Amore
Approvazione (a volte)
Cosa sente quando fallisce
Senso di responsabilità, impara dagli errori, si scusa, ripara al danno
Senso di colpa totale, crolla, si sente isolato e terrorizzato

Da che parte vuoi stare?

lunedì 15 ottobre 2012

Il bambino interiore questo *@?!&%

Dentro di noi c'è un bambino. E' l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi da piccoli, attraverso il rapporto con i genitori ma, sopratutto, la mamma. E questa auto immagine è ancora li, nascosta dentro di noi e volenti o nolenti determina inconsciamente tanti pensieri, emozioni e quindi comportamenti.

Quando siamo totalmente identificati con il mio bambino interiore è come se avessimo completamente abbandonato le maschere protettive esterne (ego) e sentiamo in maniera totale, immediata, diretta, il dolore e la mancanza dell'affetto primario, quello che si sente di non aver ricevuto da piccolo.

E da questo vengono fuori tutti i 'sintomi' che colpiscono: evitamenti, fobia sociale, ansia, compiacenza, gelosia, perfezionismo, bisogno di approvazione, paura di stare soli o desiderio di stare solo...ovvero tutti i comportamenti che un bambino mette in atto per ottenere l'amore o per dimostrare che non ne ha bisogno.

Penso non abbia senso concentrarsi su questi sintomi. Non sono questi, da curare. 
Non capisco chi dice che per superare la fobia sociale bisogna abituarsi a stare con le persone. Certo è necessario, ma prima si deve capire perché le persone ci fanno paura.


Quando siamo in situazioni ansiogene, sopratutto con altre persone, sentiamo forte la paura del giudizio. La paura viene dal ns bambino interno che ha BISOGNO DELL'APPROVAZIONE degli altri.

E questo causa spesso un comportamento che passa in modo altalenante dal bisogno impellente e devastante di amore, abbracci, coccole, all'estremo opposto, freddo e distanziante e convinto di non aver bisogno di niente. In realtà questa è una vera e propria fuga.

I sintomi dobbiamo si NOTARLI in modo da non porli in essere in modo automatico, ma penso sia necessario ricordarci che, sotto sotto, è questa fame d'amore a dover essere saziata.

Il problema è: da chi può essere saziata? Ovvio che se continuo a cercare negli altri dei sostituti dei genitori (ovvero proietto sugli altri i genitori) continuerò' a star male, xchè la mia felicità dipenderà sempre e solo dagli altri. Dalla loro approvazione, dalla loro presenza, ecc ecc.
E' questo assegnare all'esterno la ns felicità, la fregatura.
Xchè la vera consapevolezza che dobbiamo raggiungere è che SIAMO ADULTI. I genitori NON CI SONO PIU'. NON CI SERVONO PIU'.


Se ne esce capendo che questo bisogno non è relativo all'OGGI, ma alla nostra infanzia. Da piccoli abbiamo immagazzinato questo pensiero: 
SE LA MAMMA NON MI AMA SARO' ABBANDONATO E MORIRO'.

Ne segue un TERRORE ASSOLUTO. Un bambino è totalmente indifeso - e lo sa a livello biologico - e dipende totalmente dai genitori. Quindi o viene amato totalmente e incondizionatamente (sfido a trovare qualcuno così) oppure adotterà delle strategie per ottenere l'amore o per desensibilizzarsi del bisogno così pauroso d'amore.


Il mio bambino interno è spaventato. Allora cosa fa? Proietta sugli altri le figure GENITORIALI. Quindi assegna a TUTTI il compito di accudirlo, proteggerlo, amarlo. E questo crea:
1 - una paura fottuta di deludere gli altri, xchè se li deludo il bambino crede che siano stati i genitori a mollarlo, e non una persona qualsiasi. Quindi un passo è capire che gli altri non sono i miei genitori, e se uno mi manda a ca*are, è stato solo lui, e non mio papa'.
2 - Una fuga dagli altri a causa del punto 1
3 - una dipendenza dagli altri a causa del punto 1

Passo importante è ragionare sul rapporto con ME STESSO, con la parte spaventata, costruendo una personalità più adulta, responsabile, che sappia proteggere il bambino interno; una figura che, possibilmente, abbia i lati positivi (amorevolezza, comprensione, accettazione, stimolo...) di un genitore e non quelli negativi (giudizio, accusa, ricatto, abbandono). In questo modo potremo vedere e vivere gli altri x quello che sono nella REALTA' e non come sostituti dei genitori, e liberarci da paure e dipendenze.


Allora dobbiamo rassicurare il bambino che quell'approvazione che cerca NON GLI SERVE PIU', è al sicuro, non esiste più la paura dell'abbandono.
I rifiuti, i giudizi, riguardano l'adulto, che se li becca...fanno male? si, ma in modo REALE, non in modo INFANTILE.


Io penso che si deve andare su due strade:
1 - realizzare che, da un punto di vista di realtà, i rifiuti degli altri sono molti meno di quelli che ci aspettiamo. Ma questa è solo una soluzione per avere meno paura, non è la cura.
2 - realizzare che non siamo noi adulti a temere i rifiuti, ma la nostra parte infantile. Se noi veniamo rifiutati, se sbagliamo, se siamo soli... NON CI SUCCEDE NIENTE!!!!! MA PROPRIO NIENTE!!! O meglio succedono delle cose reali, che possono essere anche tristi, ma di sicuro non succede quello che teme il bambino interno, ovvero l'abbandono che porta alla morte.


Ma oggi non è così. Siamo adulti, siamo in grado di sopportare giudizi e rifiuti dagli altri xchè NON C'E' IL PERICOLO DI MORIRE ABBANDONATI.

E la figata è che questo ci fa indipendenti e liberi, indipendenti dall'esterno e liberi all'interno. E per andare in questa situazione, il bello è che non dobbiamo 'fare' qualcosa, ma solo 'togliere'. Togliere la falsa, errata, dolorosa sensazione di essere ancora un bambino in pericolo e terrorizzato. Ma questo paradossalmente fa paura, perché dobbiamo abbandonare comportamenti noti e rassicuranti ancorché dannosi e dolorosi. Uscire da una gabbia e iniziare a volare. Dapprima a tentoni ma a poco a poco sempre più' coscienti della bellezza della libertà.